Una sedia, una bottiglia, un piazzato, un cappotto e tanto talento. Bastano pochi elementi sulla scena per dare vita a uno spettacolo capace di scuotere le coscienze, attraversare la memoria e lasciare nello spettatore una traccia profonda. È la forza di Radici, lo spettacolo andato in scena alla Sala Teatro “Andrea Vinciguerra” di Palazzo Fazio a Capua, nella sezione Teatri di Innovazione, che vede protagonista Antonio Anzilotti De Nitto, straordinario interprete di un racconto che riporta alla luce le pagine più tragiche della storia del Novecento: quelle del nazismo, delle persecuzioni e dello sterminio di milioni di esseri umani.
Solo sul palco, l’attore riesce a compiere qualcosa di sorprendente: moltiplicarsi senza mai perdere autenticità, diventare voce, volto e corpo di personaggi diversi, restituendo a ciascuno una propria identità, una propria sofferenza, una propria umanità. Non ha bisogno di grandi scenografie né di effetti spettacolari. Gli bastano la potenza della parola, la precisione dei gesti, le pause, gli sguardi e una straordinaria capacità di modulare la voce per accompagnare il pubblico dentro storie dolorose, troppo spesso dimenticate.
La bravura di Anzilotti De Nitto si manifesta proprio nella sua capacità di passare da un personaggio all’altro con naturalezza e intensità, trasformando il monologo in un dialogo ideale con tutte le vite che attraversano la scena. Ogni interpretazione apre una finestra su un’esistenza, ogni voce restituisce dignità a chi è stato perseguitato, discriminato, umiliato e cancellato dalla violenza nazista. L’attore non si limita a raccontare: fa rivivere, emoziona, interroga. E lo fa senza mai cedere alla retorica, lasciando che siano le storie stesse, attraverso la sua interpretazione, a parlare al cuore e alla coscienza degli spettatori.
Al centro di Radici c’è la diversità, intesa come pretesto utilizzato dalla barbarie per dividere gli esseri umani, classificandoli, marchiandoli e trasformandoli in bersagli. Nei campi di concentramento nazisti, i triangoli colorati cuciti sulle divise identificavano le diverse categorie di prigionieri: ebrei, rom e sinti, omosessuali, oppositori politici e molti altri gruppi perseguitati. Un sistema di simboli che non si limitava a distinguere, ma sanciva una gerarchia disumana, trasformando le differenze in stigma e condanna. A questa persecuzione si affiancò anche l’Operazione T4, il programma nazista di uccisione sistematica di persone con disabilità e disturbi psichici, considerate indegne di vivere perché ritenute improduttive.
Attraverso una successione di monologhi, lo spettacolo dà voce a queste esistenze, restituendo uno sguardo diverso sul dramma della Shoah e sulle altre forme di persecuzione. Sono storie che raccontano il dolore, ma anche la paura, la rabbia, il coraggio, l’amore, i desideri e la speranza. Sentimenti universali che attraversano il tempo e dimostrano come, dietro ogni etichetta imposta, ci sia sempre una persona, con i suoi affetti, i suoi legami familiari, le sue amicizie e il suo irriducibile bisogno di essere riconosciuta.
È proprio qui che il talento di Antonio Anzilotti De Nitto diventa essenziale. La sua interpretazione non cerca soltanto di ricostruire una tragedia storica, ma di renderla vicina, concreta, umana. Il pubblico non assiste semplicemente a una narrazione del passato: viene condotto dentro le storie, ne percepisce le ferite e si trova a fare i conti con domande che non hanno perso la loro attualità. La scena, spogliata di ogni elemento superfluo, amplifica ogni parola e ogni silenzio, lasciando emergere tutta la forza del racconto.
E così Radici supera i confini della ricostruzione storica per diventare una riflessione sul presente. Perché il passato, come suggerisce il senso stesso dello spettacolo, fatica a passare quando le discriminazioni continuano a ripresentarsi sotto forme nuove. Il razzismo, l’intolleranza, l’esclusione e la paura di ciò che è diverso restano ferite aperte, capaci di riemergere ogni volta che si smette di riconoscere nell’altro un essere umano.
I legami affettivi evocati nei monologhi costruiscono un ponte tra ieri e oggi, in un tempo sospeso in cui amore e odio continuano a confrontarsi, alimentando le contraddizioni della storia. È un “non-tempo” nel quale le vicende del passato smettono di essere lontane e diventano uno specchio nel quale guardare anche il nostro presente.
Alla fine, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre la semplice rappresentazione teatrale. Resta la potenza di un attore che, da solo, riesce a riempire il palco e a moltiplicare le presenze, trasformando pochi oggetti in strumenti di una narrazione intensa e necessaria. Resta soprattutto la consapevolezza che ricordare non è soltanto un dovere verso chi non c’è più, ma una responsabilità nei confronti di chi vive oggi.
Con Radici, Antonio Anzilotti De Nitto dimostra quanto il teatro possa essere essenziale e, proprio per questo, potentissimo. Una sedia, una bottiglia, un piazzato, un cappotto e il talento di un interprete capace di dare voce a chi è stato privato persino del diritto di raccontare la propria storia. Perché ogni memoria ha bisogno di qualcuno che la custodisca, ogni ferita di qualcuno che abbia il coraggio di mostrarla e ogni radice, per quanto dolorosa, può aiutarci a comprendere chi siamo e quale umanità vogliamo difendere.
