Chi l’avrebbe mai detto che un’unica domenica d’autunno potesse unire idealmente le strade acciottolate di Belgrado con l’anima pulsante e divisa del Brasile? Eppure è successo. Il 25 ottobre 2026 passerà alla storia come la domenica in cui la destra populista e autoritaria ha subito una clamorosa battuta d’arresto in due emisferi diversi. Il vento della democrazia ha soffiato forte quando meno ce lo si aspettava, spazzando via anni di polvere, potere accentrato e rassegnazione. Due mondi lontani, due storie profondamente diverse, ma un unico, clamoroso verdetto: le urne sanno ancora essere imprevedibili e i cittadini, quando si stancano, sanno come farsi sentire.

Radici di Pietra e Sangue: Il Passato di due Nazioni Ferite

Per comprendere la portata di queste elezioni, bisogna guardare indietro alle cicatrici che hanno segnato il Novecento di entrambi i Paesi, storie fatte di dittature, transizioni repentine e un costante bisogno di riscatto. La Serbia porta ancora addosso i traumi degli anni ’90, il decennio più buio dei Balcani: dopo le sanguinose guerre civili e i bombardamenti NATO del 1999, il Paese riuscì a rovesciare il regime nazionalista di Slobodan Milošević nel 2000 con la Rivoluzione dei bulldozer, avviando una transizione democratica fragile e violentemente frenata nel 2003 dall’assassinio del premier riformista Zoran Đinđić.

Dall’altra parte del mondo, il Brasile ha vissuto una traiettoria altrettanto tormentata, segnata da ventun anni di feroce dittatura militare (1964-1985) che ha soffocato i diritti civili e polarizzato la società. Il ritorno alla democrazia in terra sudamericana ha visto la nascita di forti movimenti sindacali e sociali guidati da figure operaie — tra cui lo stesso Lula — decisi a combattere le disuguaglianze storiche del Paese. Entrambi i popoli, pur separati da un oceano e da culture distanti, condividono la memoria storica di un potere centrale opprimente e la costante, faticosa ricerca di una stabilità democratica che non sia sinonimo di sottomissione.

La Sorpresa dei Banchi di Scuola: La Serbia Volta Pagina

In Serbia si è consumata una vera e propria rivoluzione che sa di giovinezza. Aleksandar Vučić, l’uomo forte che da quattordici anni teneva saldamente in mano le redini del Paese, ha dovuto fare un passo indietro e ammettere pubblicamente, davanti alle telecamere, una sconfitta storica. A travolgerlo nelle elezioni parlamentari anticipate è stato un movimento straordinario, “Gli Studenti Vincono” (Studenti pobeđuju), capace di conquistare una maggioranza assoluta con circa il 52-53% dei voti (pari a 138 seggi su 250), lasciando la lista del regime ferma al 39%.

In quel vuoto politico aperto dopo il 2003 si era inserito Vučić. Ex ultranazionalista e ministro dell’Informazione proprio sotto Milošević, nel 2008 ha compiuto una svolta ideologica fondando il Partito Progressista Serbo (SNS), professandosi moderato ed europeista per vincere le elezioni nel 2012. Una volta al potere, ha instaurato una “stabilocrazia”: un controllo totale su media, istituzioni e appalti pubblici, spesso tollerato all’esterno in cambio della stabilità geopolitica della regione balcanica.

Dalla Tragedia di Novi Sad al Miracolo delle Urne

La vittoria dei ragazzi di “Gli Studenti Vincono” rompe un muro di gomma che sembrava eterno. Non è stata una svolta nata dal nulla, ma il culmine di un dolore collettivo diventato coraggio. La scintilla vera è scattata il 1° novembre 2024 a Novi Sad, quando il tragico crollo di una pensilina della stazione ferroviaria strappò via sedici vite.

Dietro quel cemento venuto giù, l’opinione pubblica ha visto i segni evidenti di una corruzione sistemica, di negligenze e di appalti opachi controllati dal regime. Quella rabbia, nata nelle piazze e portata avanti con determinazione encomiabile dai movimenti studenteschi, si è trasformata in una proposta politica strutturata. Il risultato? Un’affluenza alle urne che ha sfiorato il 70%, un record che non si registrava da oltre trent’anni. Per la Serbia questa non è solo un’elezione: è una seconda, vera primavera democratica.

Il Ritorno dell’Eterno Resiliente: Il Quarto Mandato di Lula

Dall’altra parte dell’oceano, il Brasile ha vissuto un altro tipo di miracolo politico, firmato da un uomo che sembra avere infinite vite: Luiz Inácio Lula da Silva. In un ballottaggio da brividi, l’incumbent di sinistra ha conquistato il suo quarto mandato presidenziale con il 51,79% dei voti (oltre 64 milioni di preferenze) contro il 48,21% del senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro (figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro).

Lula ha compiuto un’impresa mai vista prima nella storia democratica del Paese dal ritorno alle urne del 1985: ribaltare il risultato del primo turno del 4 ottobre, dove lo sfidante Flávio Bolsonaro era in netto vantaggio (47% a 45%). Come da tradizione di famiglia, lo sfidante sconfitto ha inizialmente rifiutato di riconoscere il verdetto delle urne, annunciando ricorsi legali per tentare di annullare il voto.

Dalle Stelle al Carcere, Fino alla Rinascita

Lula ha guidato il Paese dal 2003 al 2010 durante un periodo di enorme boom economico, strappando più di 30 milioni di brasiliani dalla povertà assoluta. Poi, la caduta drammatica. La crisi economica globale e i grandi scandali hanno travolto la sua erede Dilma Rousseff, deposta con un controverso impeachment nel 2016. Poco dopo, la gigantesca inchiesta anticorruzione Lava Jato ha travolto lo stesso Lula, condannato e incarcerato nel 2018 per 580 giorni. Un’esclusione che ha spianato la strada all’ascesa dell’estrema destra di Jair Bolsonaro.

Ma la terra brasiliana non dimentica: nel 2021 la Corte Suprema ha annullato tutte le condanne per gravi vizi di forma e parzialità dei giudici, restituendogli la libertà e i diritti politici. Libero e riabilitato, Lula ha compiuto l’impensabile: ha sconfitto Jair Bolsonaro nel 2022 e ora, nel 2026, arginando il figlio Flávio, si conferma l’eterno pilastro della sinistra sudamericana. Certo, non sarà una strada in discesa, dato che il parlamento resta in larga parte in mano alle forze conservatrici, ma la sua resilienza ha dell’incredibile.

Il Filo Rosso che Unisce due Mondi Lontani

Belgrado e Brasilia oggi si parlano attraverso il linguaggio universale del cambiamento. Pur in contesti geografici e culturali lontanissimi, i due voti condividono la ribellione dell’elettorato a modelli di gestione del potere fortemente personalistici e illiberali. Ci ricordano che la democrazia, anche quando appare fragile, stanca o schiacciata da populismi e apparati di potere apparentemente imbattibili, conserva sempre una forza identica e sotterranea. Quella forza pulita e ostinata di chi decide di non girarsi dall’altra parte.