Il direttore scientifico del Centro Noesis: «Chi picchiava, chi filmava, chi ha tirato dritto. Quel padre ci ricorda cosa vuol dire essere adulti»
NAPOLI – «C’era chi picchiava, chi filmava e chi ha continuato a lavorare come se fosse una cosa normale. Se questa aggressione ha colpito così tanto è proprio per tutti i livelli di lettura che contiene». Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, interviene così sul pestaggio della notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre in piazza Vanvitelli, al Vomero. Un padre accorso in difesa delle figlie di 12 e 16 anni è stato circondato e picchiato da un gruppo di giovanissimi ed è finito sotto un camion della raccolta rifiuti. Ricoverato al Cardarelli e operato alla gamba, ha evitato l’amputazione; ferita anche la figlia maggiore.
«C’è il gruppo che lo ha colpito anche quando era già a terra», spiega Barretta. «Dentro un branco si attiva quella che in psicologia chiamiamo deindividuazione: il singolo perde il contatto con i propri freni e la responsabilità si diluisce tra tutti, fino a non appartenere più a nessuno. In adolescenza il meccanismo è ancora più forte, perché la sola presenza dei coetanei spinge a comportamenti più rischiosi e aggressivi di quelli che si avrebbero da soli. Poi ci sono i telefoni alzati, e il pestaggio è finito in rete come uno spettacolo qualunque. La ripresa non è un gesto neutro: trasforma la violenza in un contenuto da esibire e la carica di una ricompensa sociale. E c’è chi ha visto e non si è fermato. È il cosiddetto effetto spettatore: più persone assistono, meno ciascuno si sente chiamato a intervenire. Ognuno di questi livelli, da solo, sarebbe già un segnale di allarme sulla salute emotiva e comportamentale dei nostri quartieri. Messi insieme, nella stessa piazza e nella stessa notte, dicono che quella violenza non ha trovato nessun argine».
La vicenda non si è chiusa con il ricovero. Dopo la denuncia, la famiglia riferisce di minacce e insulti rivolti alle due ragazze, anche attraverso i social, mentre i carabinieri hanno identificato alcuni dei giovani coinvolti. «È un altro livello ancora», osserva il direttore scientifico di Noesis. «Il bersaglio delle minacce non è chi ha picchiato, ma chi ha avuto il coraggio di denunciare. E sul piano clinico è il fattore che preoccupa di più. Dopo un evento del genere è frequente una reazione acuta da stress: ipervigilanza, disturbi del sonno, ricordi intrusivi, paura di uscire di casa. Perché si attenui, una ragazza deve tornare a sentirsi al sicuro. Le minacce sul telefono glielo impediscono, perché riportano il pericolo dentro casa e prolungano l’esposizione al trauma. Per questo le due sorelle e tutta la famiglia andrebbero prese in carico subito, non solo il padre per le sue ferite».
Per Barretta, però, la vicenda va letta anche su un piano più generale. «Accanto a questi livelli di lettura c’è un altro aspetto che richiede la nostra attenzione: il dilagare della violenza in forme diverse, in ogni fascia sociale e in qualsiasi contesto. Siamo abituati a pensarla concentrandoci soprattutto sulla violenza di genere e sui casi che arrivano fino al femminicidio. Quanto accaduto al Vomero dimostra che il fenomeno è molto più ampio. Repressione, sanzioni e pene sono giustamente previste dalla legge, ma occorre analizzare a fondo queste dinamiche, perché appartengono a fenomeni molto più complessi e profondi, che non riusciremo a contenere se non li studieremo davvero».
Dal letto d’ospedale, secondo quanto riportato dalla stampa, il padre si è detto più preoccupato per le figlie e per la moglie che per sé stesso. «In tutta questa storia è il dettaglio che conta di più», conclude Barretta. «Chi picchiava, chi filmava, chi ha tirato dritto. Quel padre ci ricorda cosa vuol dire essere adulti».
