Sono tornato in Romania ancora una volta in questi giorni ed è sempre un atterraggio in una terra di mezzo in un’Europa dell’est, che spesso conosciamo per luoghi comuni e in cui si resta come sospesi nel tempo. Non vi è più una cortina di ferro a separarci nettamente dal blocco sovietico e comunista, ma si è al confine delle utopie del ‘900 trasformate nelle paure odierne in luoghi da scoprire per il loro fascino e la grandezza delle loro culture locali. La casa comune dell’integrazione europea stenta a dare seguito e forma costituzionale al suo auspicio politico di unione tra popoli e culture così originalmente diverse. Sono passati ormai molti anni da quel 1941, quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi iniziarono a scrivere per le future generazioni Il Manifesto di Ventotene, liberando l’immaginazione dalla prigionia del loro isolato confine antifascista, mentre ancora oggi si cercano visioni politiche e leader operativi capaci di consegnare ai giovani e al loro futuro le paure di società invecchiate all’anagrafe e al banco dei sogni. I popoli di queste misteriose terre della dorsale orientale della geografia europea hanno ritrovato l’orgoglio delle loro radici storiche e culturali, che era stato asfaltato dalla violenza di una ricerca di uguaglianza senza libertà e talento. Attraversando grandi strade e quartieri di Bucarest, a.es., se ne trovano tante tracce, con costruzioni simili e ben squadrate che oggi si contendono il panorama urbano con edifici vetrati e moderni, che richiamano altre latitudini socio-economiche. La fine dell’imperialismo sovietico, con la caduta del muro di Berlino, ha restituito orgoglio popolare a millenni di storia e di tradizione, che si sono alimentati della stessa insana follia di estirparli. Quanto si respira viaggiando in queste terre non ha il senso dell’artificio sovranista italico, poiché è una diffusa memoria collettiva che va alla ricerca dei suoi linguaggi e dei suoi simboli come una comune terapia di riconciliazione con la propria storia. D’altra parte, la diffusione capillare della Chiesa ortodossa, con i suoi Patriarcati entro i confini nazionali, esprime sia questo valore di eredità della memoria, sia di persistente obiezione e resistenza ad un’“occidentalizzazione” di stili di vita e di diritti di cittadinanza, che sono percepiti come un’ennesima espropriazione coloniale. Insomma, si tratta di popoli e culture che trovano nella propria storia da riscoprire e ricostruire una forte radice, ma che è costretta a scegliere, in un complesso gioco a scacchi globale, quale sia la sua migliore alleanza per il futuro, ovvero tra una Russia dispotica e oligarchica e una casa europea a cui chiedere cittadinanza e protezione. La drammatica vicenda della guerra in Ucraina è esemplificativa del pericolo e del dilemma, soprattutto se si considera che quei territori, al centro di una drammatica contesa, si ritenevano fino a qualche anno fa indipendenti ma culturalmente russofoni e sappiamo come è iniziata, ma non sappiamo come finirà stritolati come si è da una logica di mercato, di economie da colonizzare e di armi da esportare. 

A Bucarest, capitale della Romania, questo confronto tra i tempi sembra essere simbolicamente narrato dai grandi blocchi di pietra dell’architettura di due edifici monumentali, entrambi alti e squadrati come un’esibizione di potenza sotto il Cielo e che oggi si contendono la visione d’orizzonte a breve distanza. Demolendo e asfaltando tinelli di famiglia e preesistenze urbane, il primo fu fatto costruire come Casa del Popolo per volere del dittatore Nicolae Ceaușescu che, dopo la sua deposizione e uccisione nel 1989, è divenuto la sede dell’attuale Palazzo del Parlamento e della Corte costituzionale: si pensi che con la sua superficie di circa 365.000 metri quadrati e oltre 1.100 stanze è il secondo edificio più grande del mondo e il terzo per volume. L’altro, invece, è dedicato alla Cattedrale della Salvezza della Nazione, è stata inaugurata il 26 ottobre del 2025 alla presenza del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, e anch’essa vanta i suoi record, essendo il più grande edificio di culto del mondo ortodosso e il più alto con la sua Croce che tocca con i 135 metri.  I lavori sono durati 15 anni, ma il progetto risaliva al 1884 e, per varie vicissitudini, è stato autorizzato solo nel 2004 dal Parlamento a sigillo del nuovo corso democratico. Al momento se ne può ammirare solo la bianca ed imponente facciata sovrastata da cupole dorate, poiché la Cattedrale è nuovamente chiusa per il completamento degli arredi interni e riaprirà per la prossima Pasqua del 2027. Come sempre avvenuto, i monumenti sono un documento dell’ora presente, orientando e dando pubblica visibilità ad una narrazione da voler rendere collettiva.

L’uscita da questo centro del quotidiano traffico veicolare di Bucarest è un momento atteso. Con i suoi tanti cantieri che ne tracciano la trasformazione in corso, abitata da più di 2.000.000 – su un totale nazionale di quasi 19.000.000 di residenti – la Capitale arriva durante il giorno, tra pendolari turisti, anche a toccare punte di 4.000.000 di presenze. Bucarest è, infatti, la città più popolosa dell’intero territorio nazionale e la quarta dell’Unione Europea, anche se tanti rumeni – o come correttamente bisognerà pur imparare a chiamarli romeni per la loro filiazione latina – vivono all’estero. A proposito della cosiddetta Diaspora romena i dati ufficiali parlano di un numero compreso tra i 6mln e gli 8mln di residenti all’estero.  In Italia è stimata la presenza della comunità più grande, che è certamente la più numerosa tra tutte quelle straniere nel nostro Paese con circa 1.200.000 di romeni e moldavi. Si tratta, dunque, di una presenza che ci interroga da vicino anche per la loro fiera appartenenza alla latinità, dopo che la Dacia fu annessa all’Impero Romano nel 106 d.C. sotto l’Imperatore Traiano e custodendo le loro origini linguistiche e culturali in Valacchia, Transilvania e Moldavia anche a dispetto delle tante incursioni e dominazioni straniere. L’importanza, infatti, di questa vasta area tra est e ovest e tra nord e sud l’ha resa naturalmente esposta ai venti di guerra e alla pressione militare soprattutto nel più grande scenario dei ripetuti tentativi di incursione turco-ottomana sempre in bilico, a quel tempo, tra cristianità e islamizzazione.

La leggenda letteraria di Dracula nasce proprio da questa sovrapposizione storiografica, in cui la libertà della narrazione romanzata ha rielaborato miti e ricordi assicurandosi il prestito di fatti e personaggi. Si è, dunque, in un grande circolo interpretativo, in cui storiografia e talento letterario si tengono insieme: quanto avremmo comunemente ricordato delle imprese di Vlad III di Valacchia senza il prestito letterario operato dall’irlandese Bram Stoker (1847-1912), trasformandolo nel mito a tratti esoterico e senza dubbio cinematografico di Dracula? In realtà, la sua prima pubblicazione nel 1897 – in traduzione italiana nel 1922 col titolo Dracula l’uomo della notte – di quello che è poi divenuto un classico dell’orrore, si colloca in una persistente ispirazione letteraria, che risale sino al 1764 con la pubblicazione de Il Castello di Otranto di Horace Walpole, che è considerato il primo romanzo di genere gotico. D’altra parte, come ha ben ricostruito Felice Turturiello con la sua documentata biografia dedicata a Bram Stoker, il 12 ottobre 1876  Abraham C. Stoker – ovvero il padre del più celebre Bram –  moriva a Cava de’ Tirreni durante una sua vacanza con moglie Charlotte e figlie: Margaret e Matilda: “il defunto Abraham avea con se la moglie, e due figlie maggiori tuttora in Cava, e tre giorni dopo la sua morte, venne anche il figlio, maggiore, il quale dopo di avere assistito a talune funzioni Religiose fatte sulle spoglie del padre, partì”. Questa e altre testimonianze documentarie tracciano il transito del celebre scrittore dalle nostre parti, ponendoci indirettamente il dubbio se non vi abbia trovato ispirazione e notizie nel corso dei suoi soggiorni.

La ricerca della tomba che custodisce le spoglie di Vlad III – sinora mai attribuita con consenso unanime! –  a cui la sinergia di un gruppo di storici romeni e italiani, tra cui io stesso, ha dedicato tempo e passione non è, dunque, marketing della comunicazione al tempo dell’overtourism, ma tiene insieme molti profili d’interesse: dalla storiografia sino alla valorizzazione di un patrimonio storico-artistico come il Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova a Napoli o l’antico borgo medievale di Acerenza, che sono divenuti motivo d’interesse e di studio in una certosina ricostruzione dei rapporti tra due vaste aree europee. L’attenzione, infatti, a dei temi di comune interesse sta consentendo, via via, una più ampia e allargata interpretazione di questi nostri luoghi, cogliendone una valenza strategica rispetto alle vicende storiche che hanno riguardato il Regno di Napoli tra la seconda metà del 1400 e tutto il 1500, ossia tra l’assedio di Otranto (1480-81) e la conclusiva battaglia di Lepanto a largo di Valona in Albania il 7 ottobre del 1571. Come sempre avviene, la loro dimensione identitaria è una sola cosa con la stratificazione di apporti culturali di varia provenienza e che avevamo ormai dimenticato.

In questa ennesima occasione, ancora una volta la passione di Mircea Cosma – presidente della Societatea Cultural-Istorică „Mihai Viteazul” di Ploiesti – ha raccolto, sulle sponde del lago di Snagov, studiosi e politici con l’autorevole intervento d’aperura di Adrian Năstase, politico e giurista rumeno, Primo ministro della Romania dal 28 dicembre 2000 al 21 dicembre 2004. L’incantevole lago naturale di Snagov, 45 chilometri verso nord fuori dalla folla di Bucarest, fa parte delle riserve naturali della Romania e comprende alcune specie di alberi molto rari, che rendono speciale ogni volta la permanenza per motivi di studio anche grazie alla generosa ospitalità di Aurelian Alexandru a capo della Feruccio Group. Per la porta della reciproca conoscenza si entra, dunque, in contatto con una terra di Romania tutta da scoprire con la sua distesa di verdi pianure e secondo un immaginario collettivo non convenzionale. Così diventa più evidente che i vampiri romanzati hanno occultato una storia di epico coraggio in uno scontro di civiltà e di opposti interessi territoriali, che oggi vediamo tristemente sempre d’attualità. La passione per la verità della storia diventa il volano di un’amicizia tra singoli e gruppi sociali per una conoscenza reale che è premessa di ogni integrazione istituzionale, attraversando scontati stereotipi e ritrovando una comune appartenenza alla latinità, che un popolo sempre fiero delle sue origini e delle sue tradizioni ha così custodito

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1. Felice Turturiello, Bram Stoker. Un genio e i suoi enigmi, Robin Edizioni, Torino 2024.

2. Abbiamo raccolto una parte delle nostre ricerche in un volume a più mani e a mia cura con il titolo di Vlad, dove sei? Gli indizi del Codice La Nova di Napoli, la Valle del Tempo, Napoli 2025. Il 2 ottobre 2026 è stata presentata un’edizione in lingua romena, accresciuta e aggiornata, con l’auspicio di pubblicare anche in italiano una nuova edizione aggiornata della prima pubblicazione dedicata al tema.

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